domenica, 14 marzo 2010                                                                                                                                                         visite: 64 [di oggi: 2]
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Colore e trasparenza

di Toni Toniato

La pittura di Luigi Malice porta con sè fin dai suoi esordi una caratteristica di autoreferenzialità che nel segno-colore, per l'appunto, trova il luogo e le ragioni di tutti i suoi svolgimenti.

Già Tommaso Trini aveva perfettamente individuato, nel '92, quale fosse la specificità della ricerca di questo Artista che, sebbene operi in un versante aniconico, ciononostante sottende in ogni sua esperienza una densità analogica di significati tra le funzioni anche simboliche del colore e i dati eccezionali che sono relativamente suscitati da un vedere dentro la natura, ossia del farsi stesso di una realtà insieme quotidianamente esperita ed idealmente uníversalistica. Infatti Malice struttura e destruttura le forze espansive di un nucleo di materia luminosa, sia di volta in volta l'accesa trasparenza dei suoi mari e sia la solarità di un tipico paesaggio del nostro meridione dove, nell'uno e nell'altro caso, vi si animano tensioni e snodi che con variegate trame prolungano oltre ogni limite di sguardo l'infinita risonanza di una segreta luminosità. Del resto le masse cromatiche che occupano con i loro movimenti le superfici delle tele del Pittore emergono secondo un ordine progettuale poiché ogni scansione di registro coloristico appare motivata da un'urgenza prima emozionale che formale. Vi si stabilisce pertanto un "modus intentionalis", come a dire che dentro fluide e vibranti articolazioni che quei movimenti cromatici compiono per osmotici e vitali scambi, quasi a sottendere una respirazione interna sull'alterno ritmo di sistole e diastole, l'Artista tenda a cogliere il palpito di quell'oltre che la natura cela nelle sue viventi manifestazioni, ma che ne costituisce l'indicibile bellezza.

Le orchestrazioni intessute sulle superfici posteggino inoltre il segno di questa qualità e allora poco conta che sul piano linguistico questo sistema pittorico si richiami alle migliori genealogie dell'astrazione lirica. Semmai il processo astratto che Malie mette in scena è quello di pensare la luce come pura immaterialità, energia che rispecchia ed insieme trasfonde in un tutto inestricabile le tante figure della sua sostanza inesplicabile.

Ben oltre ad ogni rinverdita dizione dell'informale s'innesta la direzione del lavoro di questo artista che punta a trasformare le stesse contrazioni e coaguli della dynamis della materia in un'energetica dell'incorporeo e dell'imprendibile, poiché lo sguardo è da lui rivolto ad indagare e a rivedere gli universi latenti di una pura immaginazione mai svagata in una fenomenica naturalistica, bensì cocente delle proprie incandescenza e trasparenze di visione.

L'ontogenesi dell'astrazione di Malice aspira a ricomporre in una prospettiva universalistica e umanistica i segni e le forme di una comune matrice, la stessa che, sia pure diversamente evocata e variamente pronunciata, indica la necessità della relazione tra il percepire del soggetto e il reale che ci circonda. Di colori-suoni è costituita d'altra parte la tessitura del visibilio pittorico dell'Artista il quale ne coniuga istanze espressive inconsuete, cariche di un fervore poetico, d'immagini di un sentire di assoluta purezza. E allora l'effusiva spazialità della materia pittorica corre ad incontrare le possibili epifanie della luce.

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