lunedi, 15 marzo 2010                                                                                                                                                         visite: 74 [di oggi: 1]
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 La Top Art di Luigi Malice

di Maria Antonietta Mamone

Nella lunga attività artistica di Luigi Malice uno spaccato notevole è quello che occupa gli anni che vanno dalla fine del '68 all'inizio degli anni ottanta. Tale produzione è caratterizzata da una ricerca affine all'area della Top Art che, sul finire degli anni '6o, in America, ebbe uno sviluppo interessantissimo con personalità come Charles Himman, Sven Lukin e l'inglese Richard Smith. Le opere prendevano il nome di "Shaped Canvases", tele sagomate, quasi strutture primarie nate da esperienze di astrattismo elementare tridimensionale.

Il termine top è abbreviazione di "Topographical" che, in area pop, si serve dell'oggetto in senso topologico, occupando, cioè, lo spazio. Questo movimento rappresenta un momento fortemente interessante di una produzione figurativa che va al di là dell'Informale e spazia, anche, nella letteratura sperimentale, definendo la collocazione della parola nella proposizione. Evidente appare, inoltre, il rapporto tra la topologia e la pop poiché allo stesso modo oggettuale, vengono usate le parole e le immagini. Il settore delle shaped canvases, pur afferendo alla scultura, si determina meglio come pittura tant'è che un artista come Malice esperto pittore, può cimentarsi in quest'altra esperienza artistica, mantenendo la calibrata armonia di colori e chiaroscuri.

Le opere della top art sono costruzioni di legno intagliato su cui, spesso, si applicano materiali diversi che determinano, appunto, la soluzione artistica di una scultura che si avvale di condizioni chiaroscurali e sconfina nel campo della pittura. Queste opere sono anche determinate dalla volontà di occupare lo spazio e di rendere un tutt'uno tra esso e l'opera stessa fino alla consapevolezza di intervenire sullo spazio, determinandone anche l'arredo. In Italia saranno Ceroli e Pascali, cui si può accostare la natura artificiale di Piero Gilardi, a dilatare l'opera fino a conferirle una dimensione ambientale, affrontando, così,il problema della realtà dello spazio. Ceroli lo farà per mezzo di silhouettes umane, rappresentate in luoghi casalinghi, urbani, storici, e ciascun luogo congiunge, strettamente, architettura e figurazione. Pascali occupa e precisa lo spazio progettando di ricreare il mondo grazie ad un'ampia serie di tecniche e di materiali. L'Artista tende a ricreare la natura, sia come paesaggio che come animali, in grandi sezioni, corpi-idolo femminili, ad ammobiliare una porzione di spazio trasformandolo in un luogo fantastico, attraverso una corposa dimensione fisica.

Accanto ad essi, Castellani, Bonalumi, che prendono direttamente le mosse da Fontana, dal suo spazialismo. Il primo, partito da un dipinto monocromo, ne sfruttò l'incidenza luminosa sulla tela grazie ad estroflessioni multiple, ora regolari, ora pseudo-prospettiche fino ad ottenere una evidente vibrazione spaziale della tela. Bonalumi, con una serie di lavori spesso monocromi, su tela o materiale plastico, con sagomazioni diverse, raggiunge la tridimensionalità con inganni ottico-prospettici.

Queste ricerche si rapportano anche a quell'area di cinetismo plastico, creato da Victor Vasarely che volle dare una definizione di movimento legata all'illusione dello spazio, del movimento, della durata. Egli determinò l'unità plastica in due poli, crepuscolare ed ondulatoria, e, da questa speculazione, nacquero opere costruite a tre dimensioni che, successivamente, furono introdotte in una superficie piana, dando luogo a trasparenze e sovrapposizioni.

Malice si interessa alla Top Art e la personalizza grazie alla sua sensibilità pittorica e ad una speculazione concettuale che gli permette l'ambientazione delle opere da lui stesso ideate. La fine degli ani '60 segna per l'artista napoletano la maturazione di un'attività pittorica informale che lo vede a Reggio, dove egli si è ormai trasferito, da una parte, continuatore di una ricerca contemporanea napoletana e, dall'altra, insieme agli altri due maestri partenopei D'Ambrosi e Monaco, innovatore nell'ambiente artistico locale, rispetto ad una tradizione figurativa territoriale. Il guardare ad un'area internazionale ed ancor più contemporanea, testimonia la vivacità di interessi di Malice che riconosce, nell'arte, la necessità di una riambientazione riguardo all'oggettività dell'ispirazione e riguardo, anche, al bisogno di diversificarsi, accostandosi a nuove esperienze. Questa nuova scelta di campo, acquisendo i concetti delle "Shaped Canvases", supera la matrice gestuale dell'informale e prende, come punti di riferimento, le tele divenute oggetto a sé stante, vibranti di una loro verità estetica, lontane da generiche catalogazioni che le tratterrebbero in un sistema chiuso. Egli si avvicina molto alla produzione di Simeti che adoperò il foglio di plastica cirée, un composto organico macromolecolare, megamero, che offre una consistente plasticità, pur essendo delicata come una pellicola. Tale scelta, nell'attività di Malice, evidenzia l'abbandono della tecnica artigianale in vista di una resa industriale con l'apertura verso una più idonea gamma di soluzioni, di slittamento all'interno della radice che l'Artista sceglie e che si rapporta alle forme ellissoidali che, già dal '58, sono presenti in alcune prove di pittura materica.

La mostra che ufficializzò questa nuova attività artistica fu la Collettiva al Colyseum di New York e la personale alla Galleria Glezer, nel 1968, e Malice riscosse consensi presso una cultura che apprezzava e conosceva espressioni artistiche d'Avanguardia tant'è che, una sua opera, "Sinusoide sullo schermo", appartiene alla Collezione Williams di Baltimora. Questa composizione, formata da ondulazioni di piani, in gommapiuma su legno sagomato, appare vicina all'opera di Castellani "Superficie bianca" e "Superficie gialla" e, come queste ultime, Malice al di là dei valori pittorici, costruisce con rigorosa plasticità individuando, razionalmente, la visione emozionale dell'oggetto e fruendo dei mezzi più diversi, per convogliare la luce. Le sue superfici su cui vivono oggetti, profili o astrazioni, sono il risultato di sintesi tra immaginazione e determinazione costruttiva. Si riscontra una visione globale della spazialità voluta come spazio fissato sulla determinazione del vero e del divenire che si concretizza con la percezione del fruitore e la prospettiva plastica suggerita dall'Artista e la continua presa di coscienza del reale, contribuisce a mantenere l'artigianalità della composizione che determina un controllo ed una verifica degli strumenti conoscitivi e percettivi. Queste operazioni danno luogo a strutturazioni di oggetti in cui risalta l'integrazione tra mondo scientifico ed umanistico, con l'esprimere la propria umanità relazionata alla società e dando luogo, così, ad archetipi generalizzati che ben si prestano al design, all'architettura, all'urbanistica: esse potrebbero rientrare nell'area di oggetti di forma e di uso comune in espansione ambientale.

Notevole appare, ancora, la produzione per la personale a Milano, allo Studio Palazzi, nel 1984, sostenuta da interessi di carattere concettuale, quasi minimalista, nel senso che si guarda alla virtualità del discorso. Queste opere, che raggruppano gli anni settanta ed ottanta, sono caratterizzate da una continua percezione luministica, anche se essa si offre come unico valore cromatico che determina un certo dinamismo delle raffigurazioni che riescono a sfuggire all'osservazione. Ogni opera appare come unica nel senso che apre e chiude un suo universo con cui si rapporta lo spettatore, avviluppato da un'atmosfera di silenzioso e complice sentire. La sua operazione artistica si concreta in una lunga meditazione nello spazio e nel tempo che Malice gestisce poeticamente, anche quando l'opera diventa oggetto di design e di arredo. La stessa serialità, si determina come continua differenziazione del soggetto che, per Malice, è sempre diversificato e personalizzato.

Non appare strano che, in seguito, l'Artista sia ritornato alla pittura informale né, tanto meno, ciò identifica una contraddizione poiché le sue opere top conservano sempre quella scelta luministica, caratteristica dell'ispirazione del Partenopeo. Infatti, tale ritorno all'area pittorica sembra essere individuabile già nell'ultima produzione top che si propone colorata, tenuamente, ma rispettosa di una cromia che, sebbene "diluita", rispecchia il cromatismo proprio del Malice informale. Questo, caso mai ve ne fosse bisogno, dimostra come una diversa produzione, temporalmente delimitata, se nasce da vera ispirazione artistica, mantiene le direttive precipue di una personale genialità che, facilmente, è identificabile anche se la silenziosa atmosfera della produzione degli anni '68-'80 sembra voler segnare una pausa di riflessione per una più sontuosa rinascita del cromatismo pittorico.

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