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L'informalitá pittorica della luce mediterranea
di Rosella Alberti
Conosco Luigi Malice ormai da dieci anni ed ho avuto modo di seguire l'evolversi della sua pittura che ha vissuto, in quest'ultimo periodo, alcune fondamentali tappe espositive nelle personali di Napoli all'Istituto Grenoble, di Firenze nella trecentesca Villa Pozzoliní, di Carmignano nel suggestivo palazzo comunale e infine di Venezia nella Galleria Studio Arte Due, nonché nella presenza dell'artista alla Seconda Triennale Internazionale d'arte del piccolo formato di Chamalières, tanto per indicarne alcune.
Mi sembra necessario, nella presente circostanza, sviluppare alcune considerazioni che ormai s'impongono su tutta l'opera dell'artista.
Qualche anno fa Giuseppe Andreani, curando un catalogo dell'artista, ebbe la felice intuizione di intitolare il saggio introduttivo "Evocazioni informali" ed in effetti, a ben guardare, la trentennale produzione pittorica di Malice è una continua altalenante evocazione Mi intenzionalità e richiami (ambiguamente ermetici e manifesti, arcaici ma innovativi che la percorrono nell'intimità sotterranea) affini e prossimi all'aura della cultura artistica informale" (G. Andreani, Luigi Malice: Evocazioni informali, Mirelli, Napoli, 1990). Ebbene tale ricerca pittorica, quest'evocazione informale di Malice potrebbe essere giunta oggi, per ammissione dello stesso artista ad un capolinea critico.
Quando mi avvicinai all'opera di Malice il suo fare artistico era giunto ad un altro capolinea. In quegli anni, infatti, l'artista chiudeva quel breve seppure intenso periodo di elaborazione di forme scultoree "concettuali" che lo avevano visto impegnato a cavallo tra gli anni settanta ed ottanta.
In quelle sculture la ricerca si risolveva tutta in se stessa e nella fluídità dei motivi intellettuali, linguistici, fotocinetici, concentrando nella luce l'elemento primario per la sintesi forma/colore-contenuto/enunciato. E tuttavia anche in quelle forme erano presenti forti ingerenze pittoriche suggerite dal rapporto luce-ombra/materia-forma.
Tuttavia la forte tensione sublimata nel bianco della superficie plastica (il Malice scultore lavorava modulando plastica ciré su forme di profili) esplodeva di nuovo e Malice, appunto negli anni in cui accompagnava l'attività artistica con la direzione dell'Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria, si abbandonava nuovamente all'ebbrezza del colore e della pittura.
Naturalmente quell'esperienza plastica, soprattutto nelle sperimentazioni forma-colore, è servita all'artista per arricchire in questi anni il suo linguaggio neo-informale maturo di contenuto ed espressività nuovi.
Esplorata l'essenzialità del costrutto razionale in tutte le sue possibilità sintattiche e poetiche, Malice sospende e quasi mette tra parentesi le manifestazioni della coscienza razionale e, allontanatosi dal sentiero concettuale, annuncia, con la sua esuberanza pittorica neo-informale, un oltrepassamento radicale del limite e dell'orizzonte raggiunto dalla razionalità.
Resta comunque un filo conduttore, un problema stilistico di fondo che è dimensione chiave non solo dell'intera opera di Malice ma di tutta la cultura mediterranea: la questione della luce.
La luce, infatti, non è soltanto elemento primario della sensibilità creativa originaria, ma è avvolgimento e coinvolgimento dell'ambiente naturale che Immerge le cose nel fantastico caleidoscopio del colore. P mediante la luce che la comprensione della realtà si manifesta alla coscienza dei dati sensibili. E non solo.
Se nelle sculture concettuali di Malice la luminosità definiva un ordine di sagome e profili, segnando uno spazio che realizzava il prodotto di una sintesi definibile, commensurabile e razionale (penso, ad esempio, alle analoghe esperienze artistiche di Castellani e di Ceroli cui Malice guarda con particolare attenzione), una luce oggi diversa percorre la pittura dell'artista. Non più quella neutra oggettiva ed astratta - il bianco, sintesi fisica del cromatísmo ottico - bensì quella solare, calda, abbagliante e naturale che si impatta immediatamente con la sensitività e bruscamente si trasforma in materia attraverso il colore. E se il Malice concettuale adopera la luce come fonte e pretesto di colore, il Malice neo-informale usa il colore per rendere la luce: ecco dunque la vena neo-informale dell'artista cambiare timbro e abbandonare le caratteristiche della descrizione-narrazione cromatica, della veduta a volo d'uccello, tipica della scuola dell'informale napoletano (il pensiero corre ovviamente a Domenico Spinosa).
Se dunque nei dipinti degli anni '60/'65 la luce diffusa e chiara come quella mattutina creava un effetto di sospensione dovuto al rapporto di vicinanza/lontananza dell'oggetto - e in questo prendere le distanze era possibile leggere il rinvio, la rinuncia all'appropriazione e al coinvolgimento dell'artista - nelle opere odierne, si può cogliere il sentimento globale e totale della natura: pronto a questo passo poetico, Malice vi si immerge come in un bagno di forme/colori e di colori diventati materia, materia della natura e materia della pittura.
Questo contatto epidermico e totale con la fisicità del reale, questo "riaffacciarsi sul mondo" riportano in superficie la mediterraneità della pittura di Malice, del resto mai scomparsa, ma ora (cioé dopo la fase concettuale) sentita con più attente connotazioni di vera e propria archeologia della natura, verso un naturalismo fisico-percettivo più che verso la riflessione culturale sul dato ambientale: un urgente bisogno, che trae linfa informale, di stabilire con la natura un profondo coinvolgimento esistenziale.
In questo senso, guardando alle opere di Malice viene da pensare, mutatis mutandis, al naturalismo di Morlotti.
Analoga carica materica, analoga metaforicità degli impasti che diventano terra, luce, ambiente; analoga ossessiva ricerca di identificazione viscerale con la natura e i suoi cicli vitali; analoga, istintiva attenzione al pulsare profondo di energie soffocate che improvvisamente rigurgitano e diventano visibilmente tattili. E tuttavia Morlotti recita la sua natura, quella padana dei verdi fangosi, dei marroni terrosi, dei rossicci floreali, Malice quella mediterranea dei gialli solari, dei verdi luminosi, dei rossi affocati, dei blu abissali.
E se in Morlotti le immagini acquistano la stessa densità terragna dei paesaggi, l'immagine neo-informale di Malice perde, invece, qualsiasi residuo dei suo valore strutturale per acquistare quello del puro colore.
Questo è il dato più importante che si evince dalla più recente produzione artistica di Malice: l'ininterrotta propagazione del colore che tende ad annullare ogni soluzione di continuità, ogni frattura tra figura e figura, tra figura e sfondo. Così è il colore stesso e la sua materia a darsi come immagine, come figura.
Le "figure" del colore sottolineano continuamente quelle del pensiero e con esse dialogano attraverso il pretesto del titolo dei dipinti. Basterà guardare da vicino le campiture cromatiche per constatare come esse vengano affollate, replicate, contrapposte, messe in consonanza attraverso arditi accostamenti.
E tuttavia ogni brano di superficie è equilibrato e autonomo in se stesso tanto da rendersi pittoricamente fruibile pure se staccato dall'intero contesto. Ogni centimetro di superficie dipinta si fa agglutinamento della nuova materia-colore in una serie infinita e indefinibile di escrescenze cromatiche che pulsano in diastole e sistole, così che ogni spazio di tela, per quanto piccolo, è un universo che si apre alla dimensione dell'infinitamente possibile. Una micrologia della pittura che solo una sostanziale cultura artistica può sostenere. E Malice con le sue opere fa cultura, e non solo in Calabria.
Da questo modo di fare e concepire l'arte deriva quella musicalità delle opere dell'artista che, in una sorta di portentoso ossimoro, sembra quasi celare al di sotto di quell'onda cromatica l'essenzialità di un discorso rigorosamente intellettuale.
Il serpeggiare della misura ritmica e lo sconfinare dell'un colore nell'altro, si bilanciano nell'impianto che sorregge l'invenzione artistica: attraverso il ricomporsi, ad esempio, dei piani nell'aggrumarsi materico dei colori che si pongono come nodi, punti di intreccio delle varie partiture cromatiche; o per l'allargarsi delle superfici in un prolungatissimo e piatto estendersi del colore; o, infine, nel bisticcio ritmico reso dal protrarsi di più tonalità cromatiche nelle rapide striature della spatola.
In definitiva, nelle opere oggi presentate, al di là della ben articolata composizione, affascina e attrae il dinamico intrigarsi del colore continuamente perduto negli altri contigui, tanto che in Malice l'esperienza pittorica neo-informale (ed anche post-informale), a dispetto di ogni teorizzazione critica, è ancora territorio ben vivo e non del tutto esplorato. Non resta che attendere il prossimo capitolo.