sabato, 20 marzo 2010                                                                                                                                                         visite: 86 [di oggi: 1]
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 Malice: più luce

di Tommaso Trini

 

Alla pittura aniconica piace illuminarsi, specie se vuole fugare il delinearsi al suo interno di ombre figurali indesiderate. Tra i diversi filoni della neo-astrazione pittorica che ha riguadagnato terreno in questi ultimi anni, la complessità del trattamento di nuove strutture spaziali, elaborate coi segni-colori, ha preso il sopravvento sulle passate distillazioni puriste. Continua e si rafforza anche il potenziamento della resa luministica. La nozione massificata di energia prevale su quella individuale di luce, sospetta di misticismo.

Anche la crescente quantità di pittori-amatori predilige introdursi ai piaceri dell'arte mediante un colorismo libero, teso a farsi energetico. Tant'è che chi fa le sue prime prove in pittura, oggi comincia astratto a differenza di ieri. Nella ormai lunga storia dell'astrazione modernista, la tendenza di maggiore respiro che continua a protrarsi è quella luministica, io ritengo, sotto mentite spoglie.

In questo triste periodo, in cui gran parte dell'arte si limita a inscenare volgarissime imitazioni dell'arte, e prima di dipingere si sceglie la spazzatura del mondo che si ritiene sia già pittura, e dopo avere scolpito si cerca per la scultura un posto che non c'è più, mentre torna la nostalgia del film muto visto che ci si deve contentare di film ciechi; in questo basso pertugio epocale, l'importante è restare vedenti, non dico veggenti, semplicemente "vedenti".

Le avanguardie di questo secolo sono state più volte in grado, loro sì, di ascendere alla veggenza. Come De Chirico, qualche singolo artista è salito a quel picco; come lui, una volta che ne è disceso, molti ne hanno perso la memoria e la via, mai più insegnate. Vedere che vediamo, egoisticamente parlando, ci illude di potere controllare il nostro proprio destino.

Non basta al luminismo che l'arte rifletta la luce panica del mondo, come già da Turner a Monet. Occorrerebbe che i dipinti luministici potessero produrre, al limite, luce propria, come le lucciole o il sublime di Rothko. Fuori da tale utopia, resta però un'altra strada da battere: la via dell'arte come veicolo per l'espansione della luce o, meno poeticamente, della coscienza.

La presenza di opere d'arte che in base alle loro virtù di singolarità estreme, quali oggetti fatti non solo per essere guardati, non straniati al punto d'essere solo depositari della veggenza dell'autore, ci consentissero, volendo, di aprire lo spirito all'ignoto, per non dire al non visibile, sarebbe di nuovo benvenuta.

Ne favorisce l'avvento chi oppone la persistenza dell'immaterialità acquisita da non poche opere contemporanee - preservata nella continuità del loro pensiero, nella filogenesi di un linguaggio che offra più luce - al notturno sabba discontinuo delle passioni, se tali possono dirsi il vigente gusto dell'eccesso e una certa isteria iconoclasta da parte degli orfani della modernità.

Se è stata in particolare la pittura analitica da Cézanne ai minimalisti, esclusiva e strutturale, che ha consentito di sviluppare, anche fuori dalle derive semiotiche e filosofeggianti, un apparato concettuale intrinseco all'arte (mentre l'arte oggettuale ha favorito più che altro una concettualità subliminale, simile a una voce fuori campo del marketing estetico), da quasi due decenni s'ingrossa invece il ciclo delle manifestazioni sintetiche di una pittura d'insiemi, inclusiva e storicistica, che estrinseca quella concettualità, fonte di autocontrollo ma anche di limitata spinta inerziale, nell'empatia dell'arte con la vita e la storia.

Ora che si torna a considerare con attenzione il fronte variegato delle ultime esperienze neo-astratte - già travolte dalla marea neo-espressionista degli anni Ottanta le nozioni relative alla natura autonoma dell'arte possono essere restituite anche alle sue funzioni eteronome. Prima fra tutte, quella visionaria, se non "profetica". Così che l'evoluzione linguistica riacquisti importanza e la percezione dell'opera si ricostituisca al suo centro.

Ecco, la pittura di Malice possiede questa eccellente qualità di autoproiezione, poiché manifesta, se non un icone,1 passaggi d'immagine che la strutturano. Si colloca da molti anni e con indubbio vigore in quell'area della tradizione del nuovo che ha per referente la materia astratto-espressionista e la luce. Senonché, non è il colore il suo medium primario. Certo, quella di Malice è pittura, ma per via di disegno; al dipingere sembra sovrintendere la dialettica di chiaro e scuro, di luce e buio, propria del disegnare.

Più che al segni-colore, come stenografano i critici, Malice lavora all'unità dello spettro dei segni e dei gesti, alla confluenza delle energie che sommano all'animazione della superficie dipinta. E a chi l'osserva, propone più di un referente latente - che parrebbe ora figurale, ora paesaggistico - secondo un colorismo che probabilmente attecchisce più nell'area del Mediterraneo che altrove, ma che sarebbe retorico definire "luce mediterranea".

Da quando l'arte si è in parte tradotta in un sistema d'informazione, ora che osserviamo ogni giorno la Terra dal satelliti, resta improponibile ogni "genius loci" che non sia retrospettivo. E' aleatorio come previsionare il tempo metereologico alla tv. L'area mediterranea? E' quella tessera tra la cornice atlantica e l'angolo medio-orientale in basso.

Sebbene determinati da latitudini e stagioni, ogni giorno il tempo cambia lungo un'intera semicalotta atmosferica, là dove la pioggia può sorgere tanto da ovest come da est, diversamente dal sole.

Latenti, non ancora avverate, sono le esistenze probabilistiche. Sono le idee impensate, la bellezza alle sue scaturigini, le forme simboliche che sono suscettibili di diventare arte. Esse appartengono al tempo dell'evoluzione, all'ordine del progetto. Tali appaiono, dal fondo della loro incerta visibilità, le masse con cui Malice ha perfezionato le sue tessiture. Nel nostro esempio metereologico, sarebbero i cumuli e le precipitazioni che si muovono, sotto il nostro occhio satellite, verso un'area di alta pressione dove il bello è stabile.

Malice, che è un pittore energico nell'orchestrare le diverse componenti della visibilità delle sue superfici, le infoltisce al massimo della loro tentazione figurativa, affinché guidino il nostro scrutinio della superficie e non disperdano gli sguardi, né il pensiero, in un'ottica trascendente. Tende a renderle tramate, aggiungendo, alla loro precarietà di meri cursori ottici, un moto rotatorio che ne annuncia la concentrazione. Il latente una vocazione al pieno. Come piani d'invito a scivolare nel fondo del quadro, le sue "Immagini" esistono solo nel momento dell'incontro tra il nostro scrutinio e la loro folta apparizione.

La pittura recente di Malíce mette in scena la materia fisica con il linguaggio del magnetismo. Non con le forme visibili s'identifica, ma con le loro energie percepibili, con le visibili forze, per loro natura informi, mediante cui si attraggono e insieme si respingono. Le tele di Malice approdano anch' esse ai luoghi lontani di quell'immaterialità luministica che sta ripristinando il grado zero dell'astrazione classica; che "inizializza" di nuovo, per dirla col computer, il dischetto già usato dell'astrattismo storico.

Nei pressi del magnetismo dell'estetico va posto, per esempio, il fatto che - dopo tanto sproloquiare sull'alchimia giudaico cristiana tra Jung e Duchamp - la gente sempre più adora l'arte e vuol fare l'arte, pensando che sia una magia poco costosa per fare molti quattrini. Così come repulsiva risulta, in fin dei conti, la cecità galoppante con cui critici e spettatori guardano le figure e gli assemblaggi degli artisti; limitandosi, loro pure, a nominarli per concetti e senza titoli. Non ho mai visto tanto disamore, dissimulato, per la bellezza e la verità dell'arte, da quando si è smesso, per disattenzione, di odiare tutta la zavorra menzognera che la imbruttisce.

L'immaterialità, che si coniuga sempre e solo al presente per suscitare ogni volta un nuovo inizio, si contrappone oggi agli eccessi dell'arte puramente mentale che tanto si è affaticata tra la memoria del passato e l'utopia del futuro, ricavandone un senso perenne di fine annunciata. lo non credo che l'arte attuale possa continuare a consumare i pasti gratis del passato. Penso al contrario che l'immaterialità dei migliori artisti di oggi si ponga a monte dei primi costruttori dei nuovi linguaggi del secolo che si limitarono a formulare alfabeti, sintassi e figure materiali connesse con i mezzi pittorici.

Malice addensa tutto il suo lavoro in una miniera a cielo aperto e tuttavia profonda. Che cosa mostrino, le sue ultime tele, lo si può accennare solo per analogia con altre costellazioni pittoriche delle neo-avanguardie dagli anni Cinquanta ad oggi, con la personale iconosfera nella quale ciascuno di noi si muove. Lungi da distillare l'oro delle forme, Malice ci espone, non ai segni formati, ma alla ganga della visione e del pensiero. Ammiro i pittori che ci avvincono nel segno vuoi dell'attrazione vuoi della repulsione energetica.

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