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Percorsi nell'informalità mediterranea
di Giuseppe Andreani
L'avventura artistica di Luigi Malice, lungi dal presentarsi come coagulo di interessi creativi estemporanei o di semplice divertissement senza per altro trovarsi fagocitata dalla preoccupazione di mantenersi à la page rispetto al circuito del mercato dell'arte, ha assunto invece, dal 1959 ad oggi, le connotazioni di un vero e proprio cammino d'artista.
Un itinerario espressivo che si costituisce alla confluenza di energic creative, capacid analitiche, sensibilità espressive, nonchè formazione culturale ed elaborazione intellettuale accompagnate da professionalità e conoscenza dei linguaggi visivi e che si organizza in impegnato progetto di ricerca sull'arte e sulla pittura in particolare (ma con un sentiero non accessorio che si inerpica ad esplorare anche i linguaggi della scultura), con un proprio autonomo sviluppo, un proprio originale e coerente approdo, svolgentisi a partire dalla cultura artistica informale.
Ecco, quello di Malice è un percorseo, (proprio nel senso di un correre attraverso), dentro l'aura dell'arte informale, anzi dentro l'intenzionalità culturale di quell'aura. Precisando però subito dopo che, senza voler ripercorrere veristicamente mo- tivi e vicende dell'informale storico rid rappresentare epigonismi revivalistici di quelI'indimenticabile stagione d'arte, l'opera pittorica di Malice nasce piuttosto come proposta provocatoria di riflessione ermeneutica, ossia come questione d' interpretazione critica e poetica dell'nformale dal versante di un connaturato bisogno di informalità espressiva.
Da questo punto di vista la ricerca artistica di Malice pare applicare alla pratica della pittura un'interessante metodica, quella ermeneutica, che considera I'opera non come oggetto "finito", esaustivo ed esaurito, da conservare imbalsamare in una turris eburnea, sibbene come presenza aperta, poliedrica, inesauribile nei significati, infinita nel processi interpretativi giacchè il processo d'interpretazione si riapre, destinato a non finir mai, per I'Infinità degli aspetti dell'opera, tutti desiderosi di rivelarla in sempre nuove prospettive" (L. Pareyson, I problemi dell'estetica, 1966).
E non fu proprio dall'esperienza diabolica (nel senso del greco dia-ballein) dell'art autre fatta di rotture e di dinieghi e di lacerazioni profonde e irreversibili, che si affermò il principio di "opera aperta", ove creazione e fruizione (artista e pubblico) partecipano ad una nuova manifestazione di senso, ad un nuovo reciproco coinvolgimento?
Ora il percorso pittorico di Malice, attraversando dagli anni'60 ad oggi il background della cultura. informale c la sua "tradizione" iconoclasta ne mantiene aperto il dialogo, poiche' I'informale non è state, solo una stagione illustre dell'esperienza artistica contemporanea, ma attraverso le poetiche del gesto e della materia può ancor oggi diventare per l'artista vero e proprio soggetto di cultura espressiva, e dunque tema di testimonianza critica del dipingere. Sotto tale aspetto quelle che altrove ho definito "le evocazioni informali" di Malice richiamano il significato dell'avventura neo-informale degli anni '80, cioé quella condizione di pittura concentrata sul ritorno "al linguaggio dei linguaggi perduti e ritrovati", (l'espressione è di Roberto Pasini). Evocazione informale, quindi, anche come coscienza artistica di una storia critica dell'arte informale e della sua declinazione viste attraverso la pratica della pittura, dallo zoccolo duro degli anni '50, verso le esperienze segniche e materiche della pittura neo e post-informale. Allora come cultura della crisi, e come arte della crisi che poneva violentemente alla ribalta tanto le ragioni vincenti dell'emozionalità espressiva priva di logica e di strutture metafisiche fondanti; quanto l'energia creativa, viscerale e biologica la medesima dell'esserci dell'esístenza, assunta nell'identità artista-natura-mondo, per ricercare su questa magmatica, rutilante identità le basi di un nuovo infondato significato di arte.
Oggi, in senso più rimesso ma non meno decostruttivamente antifondazionale, come crisi dell'arte e della cultura, disseminate nella più vasta crisi della ragione e nella perdita di centralità, dentro una civiltà tardo-novecentesca e post-moderna sempre più consegnata alla caducità del tempo e alla precarietà del pensiero.
Ebbene, questi percorsi di Malice attraverso l'informale, che costituiscono il nucleo portante della ricerca pittorica dell'artista, vogliono essere anzitutto un richiamo alla memoria per non dimenticare. Per non dimenticare l'informale e la sua sorgente primigenia: l'intrigante connublo artista-natura-mondo. E per non dimenticare che fare arte dopo l'informale è cosa profondamente diversa da prima tanto è stata sovversiva la sua carica disgregatrice dei canoni estetici codificati, sicché l'informale è chiamato alla presenza dall'opera di Malice come intenzione culturale di pit tura e di arte, come---polaritàstessa della ricerca".
E nella riflessione su questa intenzione di pittura e di arte, l'opera di Malice descrive un sotterraneo percorso: informale-neoinformale-postinformale che, dal 1991, si riannoda a ritroso, con la formazione poetico-espressiva dell'artista con i fermenti innovatori che sul finire degli anni '50 attraversano le vicende dell'arte partenopea e con l'impressionismo astratto di Mimí Spinosa, attorno cui si aggrega una folta schiera di intellettuali ed artisti che guardano al rinnovamento dell'arte napoleta- na come ad un atto liberatorio: sono Barisani, Bugli, D'Ambrosi, Del Pezzo, Di Ruggiero, Malice, Monaco, Pisani, solo per citarne alcuni.
Da qui, e da un'innata tensione al rapporto esclusivo e totale con l'atto creativo, l'appassionata adesione dell'artista alla congerie informale e il suo pieno riconoscersi nella nuova stagione d'avanguardia della pittura napoletana e nazionale, con l'aggiunta di quel suo bisogno di districare il significato dell'impegno artistico tanto dalla lezione dei maestri, quanto dalla obbligata fedeltà all'originalità della neoavanguardia (cioé dall'ideologia del modello), preferendo piuttosto un impegno costante di ricerca sull'originarietà del dipingere e sull'analisi incessante di quell'originarietà che meglio si attagliava all'urgenza dell'artista di affermare criticamente la matrice e l'identità culturale della propria ispirazione, una sorta di "rizoma" poetico che coinvolge il "da dove provengo e dove vado".
Progetto che prende corpo dal contatto geografico, esistenziale e antropologico con la Calabria dove, dal 1963, la tensione informale di Malice si precisa, attraverso una quasi trentennale attività creativa, in una serie di sfumature e di modulazioni anche rilevanti che, se per un verso l'allontaneranno dallo zoccolo duro dell'informale storico, dall'altro lo legheranno indissolubilmente alla sensibilità e alle esperienze del "naturalismo mediterraneo" cui riuscirà a dare, nell'ambito della cultura artistica calabrese, un tono diverso rispetto all'appannato tradizionalismo iconografico, rinnovandolo espressivamente in versione neo e post-informale.
Un passaggio duro e difficile, come dura e difficile è questa terra calabra scabra e ancestrale, custode gelosa delle proprie tradizioni grecaniche e delle proprie autoctone esperienze di cultura e di arte, piuttosto refrattaria all'idea moderna di novum come vettore e trama della storia e della cultura ed altresì diffidente delle incognite del rinnovamento moderno linguistico ed espressivo dell'arte. Malice ha saputo trovare un interlocutore poetico con questa realtà, e aprire quello stesso rapporto che Francesco Arcangeli, a proposito degli "ultimi naturalisti", intuiva come "il seri~ so del due", come possibilità del dialogo. L'artista, cioé, ha saputo dialogare, dal versante dell'informale, col genius loci della calabresità penetrandovi con la forza del proprio astrattismo espressivo, ma anche con la duttilità di quel sentire mediterraneo che si costituisce a partire dal logos e dall'epísteme dal bisogno di identità e di centralità del pensiero e dell'uomo, con l'energia dell'intellettuale e dell'artista attento soprattutto a creare una coscienza del nuovo e del futuro.
E di questo dialogo, spesso acceso e conflittuale, Malice ha approfondito alcuni temi pittorici mediati dal retaggio antropologico della Calabria, sapendoli reinventare in un linguaggio espressivo che appartiene all'esperienza dell'astrattismo neoinformale contemporaneo, tanto che Francesco Gallo parla in proposito di "un'espressionismo senza quiete e senza sosta". Artista-natura-mondo, sí, ancora loro nei percorsi di Malice. Ma cercherebbe invano chi volesse trovare in questa relazione inscindibile l'incomunicabilità della coscienza infelice o il senso panico e risolutorio del naufragio, o ancora lo smarrimento solitario e disperato di un'impossibile uscita di sicurezza. Lo stesso linguaggio espressivo dell'artista non rimane informalmente destrutturato ed infondato, ma assume una tensione espressiva che si avvia verso la citazione, verso il d'àprés e, in senso post-informale, insegue ulteriori aperture tematizzando, dall'inizio, anche le ragioni formali contro le quali si era informalmente costituito, sicché Malice si permette stilisticamente di trasformare il diabolico in simbolico, l'opposizione in composizione, l'aniconico in immagine.
E laddove gli esiti più radicali del ncoinformale degli anni '80 hanno traghettato la pittura nello spazio reale, ambientale e comportamentale. Malice al contrario sviluppa le proprie riflessioni pittoriche anche qui mantenendo aperto il dialogo con la tradizione, dunque con la tela, alla quale affidare, secondo l'invito di Arcangeli, "tutto ciò che si è, che si pensa a cui si aspira", ma con la coscienza di aver a che fare con un medium radicalmente rinnovato, non più diaframma interposto tra l'artista e il mondo, tra la pittura e le cose, quanto piuttosto "[ ... ] superficie che si lascia sedurre, che si lascia amare e coinvolgere in un amplesso senza fine 1 ... ]" (R. Pasini, Dall'Informale all'Informale, in op. cit. n. 59, 1984, pag. 39). Ecco il dialogo dell'artista con la natura: sentiero centrale del cammino creativo di Malice, massicciamente presente nei titoli Paesaggio, Paesaggio 11, Sole e natura calabra (1965), Impatto con la natura (1967), Paesaggio d'A
spromonte (1968), Paesaggio marino (1984), Calabria e Paesaggio blu (1987). Un affacciarsi sul mondo che ha l'Impatto diretto con la fisicità e l'immersione nel reale, nel senso di una ricerca poetica e pittorica impegnata a costruire (o riattivare) una vera e propria archeologia della natura. La relazione artista-natura, che appartiene al senso della mediterraneità artistica, si costituisce per mezzo della materia cromatica della pittura, la natura non viene sintetizzata da Malice in astratta rappresentazione concettuale né le opere di Malice rappresentano in qualche modo la natura, ma è la natura a mostrarsi nella gestualità del dipingere dell'artista col carattere impenetrabile della fisicità che la pervade. Allo stesso modo in cui il colore della natura di Malice, irriducibile a generica sintesi concettuale, è materia cromatica in ogni sua parte, specificato nella sua costitutiva originarietà coincidente con tutto lo spazio creativo dell'artista, dall'intervallo lontananza/vicinanza della forma-colore degli anni '60, fino all'immersione totale nel colore-materia-pittura degli ultimi dipinti.