giovedi, 18 marzo 2010                                                                                                                                                         visite: 73 [di oggi: 1]
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Una pittura materiale-immateriale

di Tonino Sicoli*

Una pittura suggestiva, quella di Luigi Malice, tutta fatta di colore steso sulla tela in tutta la sua fisicità e matericità, gestuale e vibrante, grumoso e plastico.

L'artista che insegna dal 1963 all'Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria, dove è stato anche Direttore dal 1984 al 1989, presenta in questa sua personale catanzarese un saggio della sua ricerca, che si configura con una pittura di matrice tipicamente informale. Il percorso di Malice, dagli anni della formazione all'Accademia di Napoli sotto la guida di Emilio Notte alla influenza determinante di Domenico Spinosa, è interamente improntato ad una decostruzione della forma verso un progressivo azzeramento di ogni intento naturalistico.

La chiave di lettura visiva della realtà rimane tuttavia fortemente ancorata ad una concezione in qualche modo organica, ovvero ad una sorta di full immersion dentro la materia viva e pulsante delle forme che prendono corpo.

Resterebbe deluso, però, chi cercasse di vedere nelle opere di Malice una qualsiasi allusione ad una realtà riconoscibile; c'è in questi quadri, invece, una interiorità magmatica ed una espressività che si "avverte" nell'addensamento dei colori, che irrompono in maniera travolgente nello spazio pittorico, istallandosi dentro un processo che è intensamente sentito: la fisicità della materia cromatica diventa attraverso il decomporsi della forma progressivamente immateriale e tendenzialmente spirituale.

Malice attinge da modelli alti dell'arte, in un intreccio di ascendenze risolte in maniera rispettosa e garbata. Con umiltà si confronta con l'espressionismo tedesco e la pittura americana ma anche con i maestri dell'informale italiano. De Kooning, Hartung, Fautrier, ma anche Morlotti, Afro, Vedova sono i suoi riferimenti indiscussi, per il gesto istintivamente dosato e per niente casuale. Il segno pittorico scompone, ma sintetizza anche l'immagine, che si colloca in una sorta di "brodo primordiale", che schizza, come da uno shaker emotivo-visivo, pura energia lirica.

Lo spazio in continua tensione dinamica, vibrante e denso, è un campo di prova continua per questo colorista corposo, che ha saputo portare nella ricerca artistica le suggestioni di una mediterraneità non di superficie, ma che scaturisce dal profondo della memoria antropologica.

A Napoli Malice deve, infatti, gli umori della sua pittura e l'eredità culturale delle avanguardie partenopee, che dal futurismo di Notte in poi, attraverso Spinosa, Barisani, Persico e fino al "Gruppo 58" hanno influenzato anche quella fioritura calabrese, che negli anni Sessanta e Settanta, ha dato impulso alle Accademie di Belle Arti di Reggio Calabria e di Catanzaro.

In Calabria Malice ha trovato la stessa solarità e luminosità dei colori tipici della pittura napoletana, che rivive in una compiutezza evocativa di sensazioni tutte meridionali, ma fuori da ogni retorica meridionalista. C'è nei suoi quadri un senso di sospensione temporale, un'assolutezza di visioni, un'impalpabile atmosfera di intimità, che rimanda certamente a paesaggi del Sud, ma di un Sud interiore e mai raffigurato.

Malice preferisce evocare stati d'animo piuttosto che disegnare vedute e la sua pittura più che forme definite presenta un universo in fieri, in perenne formazione. Dall'estrema materialità del suo dipingere passa a scoprire la più immateriale delle percezioni.

Osservando il mondo con gli occhi dell'eterno sognatore Malice scopre, in verità, di guardare dentro la materia pittorica in modo affascinato, esaltato, sconcertato, confuso, stordito, come se guardasse in se stesso.

*[testo tratto dal catalogo della mostra tenutasi dal 7 giugno al 30 luglio 2002 a Catanzaro presso la Galleria AR&S:"MALICE" (a cura di T.Sicoli), Catanzaro 2002, Edizioni L'una di Sera]

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